Sette piccoli scritti su Paolo Giordano
Paolo Giordano è un bravo ragazzo. Timido, esile, dal sorriso gentile, dai modi affabili e cortesi, forse talmente cortesi da risultare distaccati e algidamente estranei al contesto che lo circonda. Credo potrebbe essere un ideale e redivivo Guido Gozzano, se svestisse jeans e T-shirt e indossasse giacca inglese, camicia a colletto rigido e cappello (in un’aura, che so, da boys choir da college britannico, da Missa Brevis di Benjamin Britten), ed evitasse di impiastricciarsi i capelli di gel. Credo che un’aura torinese, malinconicamente tale, percorra il suo modo (gentilissimo, ripeto, financo, a tratti, affabile) di porsi e di rapportarsi agli altri.
Affiora forse in qualche traccia di pacata insofferenza verso un mondo di adulti che lo intervistano, se lo contendono per festival letterari e trasmissioni televisive (gli vorrei domandare soltanto se lui si ritiene tra gli Infelici Molti o tra i Felici Pochi, solo questo), lo sballottano da una parte all’altra, ne seguono e monitorano i movimenti, ne curano l’immagine. Nel senso: il suo apparente distacco, pur sempre ironico e come stupito da ciò che gli accade intorno, che emerge dalle azzurrità di per sé slontananti dello sguardo, sembra, e forse effettivamente è, spia inconfessabilmente nevralgica di una insofferenza, impeccabilmente tenuta a bada, nei confronti di un successo che, pur gratificante (lo Strega gli ha cambiato la vita, ha detto), gli ha forse sottratto una non esile porzione di sé (di un possibile sé alternativo a tutto questo, lontano da ingombranti ed esigenti ruoli pubblici), una modalità di vita pensante, appartata per quanto ricettiva e scrutante, che è, in definitiva, la condizione operativa dello scrittore.
Immaginiamoci un ipotetico faccia a faccia tra Giordano ed Emily Dickinson. Lei compunta e biancovestita, in scialle blu, che gli mette tra le mani un giglio e gli dice che vivere è l’estasi, che la poesia è quando senti che una scure ti frantuma il cervello. Lui, altrettanto compunto, che si guarda intorno, scruta le geometrie dello scialle blu, lavorato a nido d’ape, di Miss Emily, e che forse già ripensa (ed è un pensiero che lo allontana da lì, da quella stanza, dalla polvere impercettibile che vola al raggio di luce) alle solerti raccomandazioni del proprio press agent, prima che rilasci una intervista.
Il successo infrange la soglia, esigente, tra lo scrittore e il mondo (Cristina Campo, in Scrittori on show, aveva capito), soglia che
gli permette in un certo senso di vivere e di non vivere allo stesso tempo, di ammortizzare le bruciature del reale e di farle cadere e decantare nella scrittura. Sembra a tratti affiorare, in Giordano, insofferenza e desiderio (anch’essi sapientemente tenuti a bada) di spoliazione da tutte le etichette, da tutti gli abiti, da tutte le sbrodolature che la critica, a volte acriticamente, gli ha cucito addosso, quasi su misura, trascurando (tragicamente) i limiti de La solitudine dei numeri primi. Limiti che, in ogni caso, non presentano una connotazione necessariamente negativa. Limiti nel senso di coordinate cartesiane entro le quali si incardina la geometria narrativa del romanzo. All’interno di questi limiti (riconosciuti, meglio, questi limiti), ed escludendo la fascinazione mediatica che l’autore del romanzo esercita, è possibile elaborare un discorso critico coerente, che muova cioè dalla nudità dell’opera e in essa, entro le sue stesse coordinate, si concluda. Senza derive agiografiche, senza sconfinamenti mediatici. Senza confondere le acque con interventi e azioni pubblicitarie. Un discorso critico che escluda totalmente la componente mondana che un autore può lasciare, scìa più o meno agevole da condurre, dietro a sé, se è il problema del mantenimento, come dire, di questa aura mondana, a costituire il rovescio della medaglia. In altre parole: se baso la mia fortuna critica anche sulla mediaticità della mia presenza sulla scena letteraria, dovrò necessariamente fare i conti con l’inesorabile sic transit gloria mundi – il venir meno dell’effetto mediatico della sorpresa e dello stupore, lo spegnersi dello strascico sfolgorante – che, più o meno tardi, coinvolge la scena del mondo. È – a partire da un’altra e differente prospettiva di lettura – con la magmatica transitorietà del postmoderno che uno scrittore deve fare i conti, con il fatto cioè che manchino alla critica appigli ermeneutici su cui fondare opinioni prive di ipoteche, e agli scrittori venga meno la materia prima (a vari livelli: culturale, storico, antropologico) per radicare il proprio sguardo nel contesto della modernità, per farne emergere gli archetipi, i nuclei di significato. Manca forse la capacità, e ai critici e agli scrittori, di agire sulla materia del mondo, sul magma incomprensibile dello stesso postmoderno?
Dovrebbe restare il valore della scrittura, la sua possibilità di aderenza all’esperienza del mondo. A questo punto si innesta, su e a partire da Giordano e il suo romanzo, una successiva riflessione. La presunta dicotomia tra cultura scientifica e cultura umanistica. Il romanzo e il suo scrittore, fisico, hanno fatto sì che ritornasse a galla la questione della presunta alterità tra letteratura e scienza. Ma aveva ragione Cristina Campo, credo, a dire che in Italia non esistono lettori di Musil (ma, a questo punto, neppure di Primo Levi), che nell’anno della propria laurea in matematica pubblica Törless. Che gran parte della fortuna mediatica del romanzo di Giordano si sia giocata su questa apparente dicotomia è evidente. Ma si tratta di un bluff critico. Scrivere di fatto è matematicizzare il pensiero, tradurlo in una coerente architettura. Dov’è, allora, la sorpresa? E, allora, come superare e ammortizzare un successo che imprigiona un nome a un’opera?
I personaggi del romanzo.
Le loro potenzialità talvolta non sviluppate, i sentieri esplicativi delle loro fisionomie non sempre percorsi fino in fondo – non è chiaro se per limiti tecnici o per deliberata opzione.
Se sia una lacuna tecnica, il fatto che le potenzialità in nuce in ciascun personaggio siano state di fatto in parte lasciate cadere e non sviluppate, o se questo mancato sviluppo sia invece un voluto espediente tecnico e stilistico, che attinga al sostrato ideologico dell’opera.
Sarei felice – e acquisirebbe, ai miei occhi, dignità di «imperdonabile», forse, perché potrei dirgli «non mi stai a cuore come autore, mi staresti a cuore come amico» – se Giordano facesse come Maltinor, enfant de colère di Antonio Delfini, che irrompe nel salotto buono della zia e, di fronte a quest’ultima e alle sue nobili conoscenti, si mette a pisciare (come nell’originale delfiniano) sul tappeto – gesto santamente antiborghese, di ripudio dell’ipocrisia («I prefer not to», in un certo senso).
Perché Giordano non irrompe (non è, meglio, irrotto) nel salotto buono dello Strega, si sbottona i pantaloni e fa la pipì come Maltinor…?
Ma Paolo Giordano è da incontrare in sogno, con Lyda Borelli e Amalia Guglielminetti, a Torino millenovecentodieci, tra i portici e piazza Castello. Lontano dall’ufficialità che lo soffoca. Giordano si incontra altrove (nella tenerezza singolare, che so, della Serenade di Britten o della Ceremony of Carols, nelle singolari implicazioni, in me, tra quegli snodi armonici – «my willing eyes», «or wait the Amen», «Moder and mayden was | Never none but she» – e lui) e non nel libro, nel senso che il suo mondo percettivo e umano è forse distante da quello dei personaggi del libro. Forse ha sfiorato vite come quelle di Denis, di Viola, di Mattia e di Alice, ma non ha voluto stringere amicizia. C’è uno stridore ironico tra lui e loro.
Perché non si mette a gridare, allora, con e come Miss Emily, «I am Nobody!»?




