Omaggio a Giulio Preti (1911-1972), filosofo “imperdonabile”
Le mektoub tunisien de Giulio Preti. La vie et l’œuvre d’un philosophe italien razionaliste (Tunis, mercredi 28 février 2007, 10 safar 1428), sous la direction de Michele Brondino et Fabio Minazzi, avec une lettre inédite de Giulio Preti, Paris, Publisud, 2009. Più che la recensione al prestigioso volume Le mektoub tunisien de Giulio Preti, curato da Michele Brondino e Fabio Minazzi e uscito nel 2009 a Parigi, presso Publisud, opera che raccoglie gli atti della giornata di studio che ha avuto luogo a Tunisi il 27 febbraio 2007 (10 safar 1428) – lascio pure al lettore di svelare il significato di mektoub –, volontà di chi in questa sede scrive è invitare alla lettura, a partire dall’esile quanto prezioso libro di cui poco sopra vengono riportati gli estremi bibliografici, di uno dei più lucidi filosofi del secondo Novecento europeo.
E, si noti, tra gli scopi più o meno impliciti dei contributi che compongono il volume, è senz’altro – attraverso l’analisi dell’opera e più ampiamente della figura di Preti, scomparso a Djerba e sepolto a Tunisi – la creazione e il consolidamento di legami (eticamente necessari, tanto più nella non facile congiuntura storica e culturale) tra Occidente e Oriente sulle laiche fondamenta di un pensiero razionale molte volte oscurato da logiche municipali e centripete, reazionarie e assolutiste.
Credo che per designare e restituire la fisionomia complessiva, di uomo e di pensatore, di Giulio Preti non sia infertile richiamare il titolo di un libro – che è di per sé una pacatamente infuocata e trasgressiva «letter to the world» – di Cristina Campo, Gli imperdonabili. Del resto, la moglie di Preti, poetessa, che nei documenti ufficiali si è sempre firmata «Daria Preti nata Menicanti» o «Daria Menicanti in Preti», e che, su indicazione del marito, ne ha lasciato, post mortem, «lo straccio» dove esso è «caduto», di lui (accreditando di fatto la sua «imperdonabilità») scrive:
Mai ti perdoneranno il tuo non fare
comunella con gli altri, il tuo non essergli
uguale.
E questo soprattutto: amare
più che gli uomini la verità[1].
Non penso che a Cristina Campo sia stata in qualche modo nota l’opera e la riflessione di Giulio Preti, che per Maria Corti è stato, peraltro, l’allievo più significativo di Antonio Banfi. Tuttavia, allo stesso tempo, mirabilmente calzante risulta la definizione che la Campoimpiega per designare i propri, scomodi, fratelli in pectore (Danilo Dolci, Arturo Benedetti Michelangeli…) e le proprie, altrettanto scomode e socialmente problematiche (Simone Weil, Emily Dickinson, Marianne Moore – quest’ultima definita «meticolosa, speciosa, inflessibile»), sorelle d’elezione, «imperdonabile» appunto, delineandone, quasi, una fenomenologia. L’«imperdonabile» è colui che non ha, di fronte al mondo – guardato con occhi chirurgici e lucidissimi –, mezzi termini. È colui che dice la verità ad oltranza non curandosi, a vari livelli, delle conseguenze: carriera, rapporti interpersonali etc. Si potrebbe anzi dire che l’imperdonabile è l’oltranza, una vox clamans in deserto fino a che qualcuno non si mette sulle sue tracce, non ne fa emergere, dai cascami del mondo, la fisionomia effettiva, senza derive agiografiche o à la mode.
La cifra peculiare di Le mektoub tunisien de Giulio Preti (la cui esilità è indirettamente proporzionale al suo valore), al di là dei singoli, pregevolissimi, interventi, è in ciò che tout court, di Giulio Preti, fa emergere: l’eticissima inscindibilità dell’uomo dal filosofo, l’assoluta limpidezza della riflessione, la radicalità delle idee – oltre le «comunelle», di destra o di sinistra non importa, i radicati (ed emblematici) ostracismi e le baronìe del contesto accademico: «non sono un “banfiano”», scrive (significativamente) Preti nel1960 a Luciano Anceschi, il quale pure, peraltro, avrebbe rivendicato, nei diari degli anni Novanta (sensibilmente più tardi, dunque, rispetto alla missiva di Giulio), dinnanzi alla matrice formativa banfiana, una propria, personale originalità.
Ognuno dei contributi presentati nel volume (che costituisce anche, simmelianamente, un «ponte» culturale tra due paesi, Italia e Tunisia) esigerebbe una ampia e articolata analisi, alla luce soprattutto del significato complessivo – umano e culturale, e a entrambi i livelli arricchente – della giornata di studio. Se Heimat è dove sono sepolti i morti e dove si radica una modalità di pensare il proprio vivere (declinando in questa accezione di senso il legato etico che Giulio ha lasciato a Daria, «lascia il mio straccio dove cade»), è significativo che la giornata di studio abbia avuto, tra le sue motivazioni, il ritrovamento, nel dicembre 2005, a Tunisi, della tomba di Preti, che si presentava, al momento del suo reperimento, interamente ricoperta di erba, priva affatto di segni distintivi che ne permettessero l’identificazione. Sussistono ragioni sufficienti a credere, citando ancora Preti, secondo cui «i vermi sono uguali su tutta la terra», che quel prato – democratico, suo more razionale, umano – sarebbe piaciuto al filosofo, soprattutto perché lontano anni luce dall’inevitabile, e quanto mai ipocrita (pur con le debite eccezioni, come, nel caso di Preti, Mario Dal Pra), smania celebrativa (in sé affossante, dacché tendente a normalizzare, a smussare le asperità critiche – sottilmente, a «perdonare») che molte volte accompagna la scomparsa di figure, appunto, scomodamente imperdonabili (si pensi al caso di don Lorenzo Milani). Tutto questo è stato – felicemente – negato a Giulio Preti, lucidamente laico e (oserei dire, religiosamente) eracliteo nel percepirsi parte di un Tutto motile e cangiante, lasciando il proprio «straccio» ai «vermi», e restando, a oltranza – senza melliflue concrezioni –, l’«idrofobo» (la definizione è di Daria Menicanti), «imperdonabile» pensatore, tra i più significativi del secondo Novecento.
[1] Daria Menicanti, Epigramma per un filosofo, aprile 1965, a G[iulio]. P[reti]., in Ead., Un nero d’ombra, Milano, Mondadori, 1969, p. 110.

