Omaggio ad Alda Merini
Recensione a Alda Merini, Più della poesia, a cura di Paolo Taggi, Novara, Interlinea, 2011; Ead., Eternamente vivo, a cura di Arnoldo Mosca Mondadori, Milano, Frassinelli, 2010, in «Poesia», a. XXIV, n. 3 (258), marzo 2011, p. 51 - Accanto al volume curato da Ambrogio Borsani (Alda Merini, Il suono dell’ombra. Poesie e prose 1953-2009, Milano, Mondadori, 2010), sono usciti a fine 2010 due altri libri: l’uno, curato da Paolo Taggi (che firma anche la regìa del documentario allegato), Più della poesia, è stato edito da Interlinea in occasione del VI Festival della Poesia Civile di Vercelli; l’altro, che raccoglie poesie già pubblicate da Frassinelli, Eternamente vivo (Frassinelli), edito per cura di Arnoldo Mosca Mondadori, è anch’esso corredato da un documentario, diretto da Daniele Pignatelli, che permette, oltre all’ascolto di molti testi dalla viva voce della loro autrice, di ricostruire e ripercorrere, con l’ausilio di materiali visivi e sonori e della testimonianza dello stesso Mosca Mondadori, la genesi della poesia in Alda Merini.
Il volume Interlinea – arricchito da una introduzione, sempre di Taggi, particolarmente significativa – riporta,
imbastite attorno a una soluzione grafica che permette di distinguere i differenti momenti in cui sono state condotte, due conversazioni (di cui viene proposta, nel DVD, la registrazione) avute dalla poetessa con Taggi nel 1993 e
nel 2005, trascritte senza invasivi interventi correttori e (nonostante la mole esigua del libro) ampiamente annotate. Se il volume curato da Borsani ha come scopo quello di essere un valido – per quanto ancora parziale – strumento di
accesso all’opera, poetica e narrativa, della Merini, il volume di Taggi ha il pregio di proporre una specifica angolatura della personalità, complessa («non c’è una sola Alda Merini»), della poetessa, soprattutto a partire dall’intreccio – che bene affiora nel montaggio del documentario – dei differenti piani temporali ai quali attingono le due conversazioni, che sollecitano ad Alda Merini ritorni (mediati da Taggi), ripensamenti, puntualizzazioni, anche dolorose. La prima conversazione risale al 1993, quando Alda Merini è già, dopo gli anni dei ricoveri e delle permanenze in ospedali
psichiatrici, poetessa oggetto di una riscoperta sostanziosa a livello critico (agli anni Ottanta e Novanta risalgono gli interventi critici di Maria Corti e di Giovanni Raboni, che tentano, autorevolmente, di dare una sistemazione alla
tradizione critica seguita ai primissimi, altrettanto autorevoli, contributi di Pier Paolo Pasolini e di Giancarlo Vigorelli), per quanto probabilmente non ancora presente sulla ribalta di quella visibilità mediatica che l’avrebbe coinvolta di lì a poco, né ancora oggetto di strumentalizzazioni pubblicitarie talvolta deleterie (e opportunamente Taggi richiama, in merito all’arma a doppio taglio del successo dell’artista, un passo di Bret Easton Ellis). La seconda conversazione viene registrata nel 2005, quando Alda Merini è ormai poetessa di successo, figura visibile, entrata (per quanto, forse, almeno in parte, distortamente) nell’immaginario collettivo. Tuttavia – e la Merini lo afferma – tutto questo successo non costituisce, né potrà mai farlo, un (pur sbiadito) risarcimento del dolaore sofferto, che è sempre altro rispetto, anche, alla poesia. Ancora attingendo alle parole di Alda Merini, il successo letterario è, in sé, una strumentalizzazione
dell’autore – in una velata polemica, forse, da parte della poetessa, contro quello star system che, pur attribuendole un successo almeno in superficie gratificante, ha di fatto banalizzato la sua vicenda, appiattendo gli esiti altissimi della poesia sulla forte cifra biografica di cui pure sono permeati. Ma la poesia è, in ogni caso (come la Merini stessa avverte), altra rispetto all’incandescenza della vita (e, anche, rispetto alla visibilità del successo mediatico), così come il dolore è altro rispetto alla trasfigurazione che la poesia ne opera. Sussiste sempre dunque un residuo di insondabilità, nel transito da vita a scrittura, da dolore a sua sublimazione, che pure la poesia (imposizione del destino, come per Antonia
Pozzi) tenta di far emergere. La genesi della poesia e le sue modalità attuative costituiscono l’oggetto di analisi (inserito in una non invadente cornice commemorativa) del DVD allegato al volume – agile, privo di ampi apparati (ben condotta è, però, la nota biografica) – edito da Frassinelli. Ciò che affiora nel DVD Frassinelli è soprattutto la fenomenologia del poeta. Il poeta è un «bambino», ma anche un «burattino», sempre dolorosamente consapevole della marginalità sociale del proprio ruolo. C’è dunque, in Alda Merini, una sostanziale duplicità di lettura del ruolo della poesia nella vita: è
sofferenza, ma anche reiterazione e sublimazione della sofferenza (La Terra Santa), è desiderio di ritorno alla condizione dell’infanzia, della purezza perduta. Ciò che costituisce il pregio di entrambi i volumi è, di fatto, la strutturale centralità – singolarmente scabra e colonnare – della parola di Alda Merini. Non della poesia tout court, della articolazione delle parole, bensì della nuda matericità della parola, cui dà rilievo soprattutto l’importanza attribuita alla fenomenologia della voce, che riconduce la poesia alla sua origine orale, quasi liturgica.

